giovedì 12 novembre 2009

Intervista a Calogero Mannino sulla giustizia italiana


Calogero Mannino: l’immunità è l’unica diga contro l'attacco delle procure

A sorpresa, dopo l’annuncio di un ddl sul processo breve (il processo non può durare più di sei anni) concordato nell’incontro Berlusconi-fini dell’altro giorno, il Pdl ha presentato a firma Margherita Boniver una proposta di legge costituzionale per reintrodurre l’immunità parlamentare, cancellata nel 1993 durante le inchieste di Tangentopoli. Un passo importante per difendere la politica dall’attacco di certa magistratura, che dalla fine degli anni ’80 ha perseguito una strategia politica per via giudiziaria.
A dirlo è Calogero Mannino, già politico Dc e ora deputato dell’Udc dopo una travagliata storia giudiziaria durata quasi vent’anni, dalla quale è uscito assolto. Ma «delle mie vicende personali non parlo - dice Mannino a ilsussidiario.net - e il motivo è molto semplice: oggi io non sono un imputato assolto ma un deputato, e devo parlare dei problemi della giustizia in modo neutro, indipendente da me». Esattamente quello che non fa e non può fare Berlusconi, secondo l’ex ministro Dc.

Proprio ieri il Pdl ha presentato una proposta di legge costituzionale per il ripristino dell’immunità parlamentare. Che ne pensa?
Io sono uno dei primi a dire che andava reintrodotta, perché sono convinto che l’immunità sia strettamente collegata all’esigenza di garantire la libertà e l’indipendenza del Parlamento. Senza questa dote il parlamentare è in balia delle onde. Esiste una prepotenza dalla quale ci si deve sempre difendere: ieri da quella dei re, oggi di alcune procure della Repubblica. È possibile, con lo strumento dell’immunità e dell’autorizzazione a procedere, mettere il Parlamento in condizioni di fare un uso corretto dell’esercizio di garanzia della funzione parlamentare.

Non esiste il rischio che diventi uno strumento di impunità?
No. Alla fine del mandato, quando il parlamentare non dovesse più tornare alla Camera, potrebbe essere processato. Credo che l’esempio di Chirac in Francia possa essere illuminante per tutti: dopo due mandati da presidente della Repubblica è stato portato davanti al giudice per presunti reati compiuti nel suo precedente mandato di sindaco di Parigi.

Le riforme allo studio del governo sono lo strenuo tentativo di sanare un conflitto tra politica e giustizia che si protrae ormai da quindici anni. Esiste una via d’uscita?
Innanzitutto il conflitto giustizia-politica non è grave come lo è stato in passato. Mentre nel biennio 1992-’94 alcune procure della Repubblica hanno portato un attacco organizzato contro il sistema politico, oggi questo corso della giustizia appare di fatto ridimensionato intorno ai fatti e ai casi che riguardano il presidente del Consiglio. Poi dico subito che, se veramente si vuole affrontare e risolvere il problema della giustizia, la prima scelta da fare è di metodo e di precondizione. La politica deve affrontare il problema non in termini reattivi, ma di valutazione e di proposta strategica.

Qual è la sua diagnosi?
Dalla fine degli anni ’80 c’è stato uno straripamento dei poteri di alcune procure, finalizzato ad obiettivi e a risultati politici. Occorre al più presto ritrovare la normalità, perché siamo una repubblica fondata sulla separazione dei poteri. Ma qui c’è esattamente un potere che ha debordato, e invaso l’ambito di quello legislativo ed esecutivo. Del legislativo in particolare: perché, per effetto dell’iniziativa delle procure, sono state introdotte surrettiziamente delle correzioni al codice di procedura penale e delle vere e proprie norme sostanziali del codice penale.

Come è potuto avvenire che la magistratura abbia assunto un ruolo di creazione del diritto e non soltanto di applicazione delle leggi?
Perché a partire dalla fine degli anni ’80, con la mutazione del quadro politico e la fine della paura del comunismo, alcuni magistrati, collegati al Pci, hanno trovato il modo di colmare la crisi del partito comunista. Nella fase in cui questo partito non aveva più retroterra ideologico e linea politica alcune procure, nella persona di quei magistrati, hanno dato al partito una nuova linea politica. Al punto che oggi l’onorevole D’Alema è costretto ad ammettere che nel ’92 e nel ’93, insieme al gruppo dirigente del partito - Occhetto, Violante, Veltroni - fece l’errore di assecondare la deriva giustizialista, che salvaguardava loro innanzitutto. Hanno pagato il conto con il loro segretario amministrativo, Marcello Stefanini, e sono andati indenni da tutte le vicende giudiziarie del ’93-’94.

Ora sembra in atto un ripensamento storico e politico di quella scelta, e proprio ad opera di una personalità di primo piano come Luciano Violante. Quello che lei dice trova conferma nel suo ultimo libro, Magistrati.
Certo, perché adesso il personale politico che viene dalla storia comunista si trova a dovere sopportare una “capitis diminutio” derivante dalle conseguenze di quella scelta: la riduzione ad un rango subordinato rispetto alle iniziative di alcuni sostituti. Certi sostituti procuratori - che fanno riferimento ad una rete ben precisa, a una rivista culturale, a un quotidiano - mostrano un’iniziativa che non è meramente giudiziaria, ma di vera e propria strategia politica che si avvale del mezzo giudiziario.

All’inizio lei ha detto che l’attacco giudiziario è cambiato: nel mirino non c’è più una certa parte del sistema politico ma Silvio Berlusconi. Questo che cosa cambia?
Berlusconi avrebbe dovuto affrontare il problema della giustizia “sub specie aeternitatis”, per di così, cioè sotto le categorie del problema generale. Invece ha impostato il tema della riforma della giustizia in termini di mera difesa personale. Il diritto alla difesa è incontestabile; ma il diritto di trasformare la sua difesa personale in una linea politica generale non può essergli riconosciuto.

Si riferisce al confronto interno alla maggioranza sulla prescrizione breve?
Non si tratta solo di quello. Le leggi e leggine che spuntano da quindici anni tutte le volte che Berlusconi è al governo a ben vedere non hanno mai risolto il suo problema giudiziario, e questo perché non lo affrontato in termini generali. Ma è Berlusconi a non poterlo affrontare in termini generali.

Perché?
Perché non è portatore di una cultura dello stato. L’altro giorno D’Alema ha detto: “meglio il presidenzialismo. Almeno ci sarebbe un Parlamento che bilancia, come avviene negli Stati Uniti”. Ma è stata la politica di Berlusconi a svuotare il Parlamento, perché il meccanismo della legge elettorale lo ha messo nella condizione di nominare i parlamentari. Questo dimostra che Berlusconi non ha un concetto del tipo di stato e di governo che vogliamo realizzare. Ma se manca un preliminare concetto dello stato e del governo, non si sa come affrontare il problema della magistratura.

Qual è la sua valutazione politica dei fatti di cui è accusato il sottosegretario Nicola Cosentino?
Non conosco le carte. So solo quello che dicono i giornali e questo non basta. Ma non mi lascio determinare da un pregiudizio. Un indagato è innocente fino alla condanna finale. Ma c’è di più: cos’è questo “concorso in reato associativo”? Le Sezioni riunite della Cassazione hanno provato a dirlo, ma forse non basta. Come vede, la riforma della giustizia andava fatta per cose importanti. Cominciando dal codice di procedura penale e dal codice penale.

Crede quindi che non si farà una vera riforma?
Rischiamo piccoli aggiustamenti che ripropongono il problema il giorno dopo. Il compromesso tra Berlusconi e Fini dell’altro ieri mi pare che ponga le premesse per problemi più seri: perché lo libera subito il capo del governo da due processi, ma non lo libera dai processi futuri.

Dunque è pessimista?
No, sono estremamente realista. Berlusconi non ha affrontato, nei tempi in cui il voto gli ha consentito di esercitare la maggioranza, questi problemi come doveva.

Sempre onore



Roma, 12 nov. (Apcom) - L'aula del Senato ha approvato all'unanimità, con 250 voti favorevoli, il disegno di legge che istituisce la Giornata del ricordo dei caduti militari e civili nelle missioni internazionali per la pace. Il provvedimento, già passato alla Camera con lo stesso consenso bipartisan, diventa quindi legge.
La nuova solennità civile cadrà il 12 novembre di ogni anno, in occasione dell'anniversario dell'attentato di Nassiriya, che nel 2003 costò la vita a 28 persone, tra le quali 19 italiani (17 militari e due civili).

Storie di ordinaria follia in Italia


Siamo ostaggi a casa nostra!



Nomadi, sgomberato il Casilino 700
di Claudio Pompei

Allarme ambientale al Casilino 700, l’area dell’ex aeroporto di Centocelle sgomberata all’epoca della giunta Rutelli e, nel corso degli anni, rioccupata abusivamente da centinaia di rom di etnia Kalderash. Ai margini del villaggio con un centinaio di baracche, i controlli svolti dal Corpo forestale, su segnalazione degli abitanti della zona costretti a respirare fumi tossici, hanno accertato una serie di reati ambientali, con rischi elevati. La zona, al centro di una serie di discariche a cielo aperto, con sversamento di oli inerti, amianto e rifiuti speciali, è stata opportunamente delineata e ieri all’alba sono scattate le operazioni di sgombero, prima di tutto per evitare pericoli di carattere igienico-sanitario agli stessi nomadi, tra i quali molte donne e bambini.
La polizia è intervenuta sulla base di un provvedimento del questore, assieme al personale dell’ufficio decoro urbano Campidoglio per l’assistenza ai nomadi, a militari dell’Esercito per il controllo della perimetrazione esterna del cantiere, alla protezione civile comunale, alla polizia municipale, al corpo forestale dello Stato, ai servizi veterinari, al 118, ai vigili del fuoco personale dell’Ama. Nel corso dei controlli, una ventina di persone prive di documenti di identità sono state accompagnate all’Ufficio stranieri della Questura per accertamenti. La Protezione civile ha fornito a tutti generi di conforto. All’interno del campo, sono stati trovati dalla polizia municipale numerosi veicoli di provenienza furtiva abbandonati dopo essere stati smontati in pezzi, mentre i servizi veterinari hanno provveduto a recuperare sei cani. Dopo la demolizione delle prime baracche sono cominciate le operazioni di bonifica ambientale che dureranno almeno 20 giorni. A donne e minori è inoltre stata offerta l’assistenza dei servizi sociali comunali. A tutti gli abitanti del campo, la possibilità di assistenza alloggiativa e del rimpatrio assistito. Queste offerte del Comune di Roma sono state rifiutate anche perché durante le operazioni di sgombero alcuni esponenti dell’ultrasinistra hanno consigliato ai rom di rifiutare qualsiasi sistemazione. Ci sono stati anche momenti di accesa discussione e di tensione. Il presidente del VII municipio Roberto Mastrantonio si è dichiarato contrario allo sgombero così come il suo omologo del VI municipio Gianmarco Palmieri. Il risultato è stato quello di vanificare l’intervento disposto dal questore e spostare semplicemente il problema di qualche centinaio di metri. Circa duecento nomadi, dopo lo sgombero si sono fermati per alcune ore a Villa De Santis, un parco pubblico a via Casilina e successivamente hanno occupato uno stabile abbandonato, un ex deposito di birra, in via dei Gordiani, che era stato sgomberato un paio d’anni fa, dove nel pomeriggio sono state portate coperte, materassi e anche i gruppi elettrogeni per poter attivare l’illuminazione all’interno della struttura, un capannone con un lato completamente aperto e un plesso di due piani diviso in una ventina di locali. I militanti dei movimenti di lotta per la casa si sono rimboccati le maniche per allestire le tende. Alla cena, invece, hanno pensato alcune maestre della vicina scuola Iqbal Masih, guidate dalla preside Simonetta Salacone (nota per aver rifiutato il minuto di silenzio per i caduti italiani a Kabul).

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Case popolari: assegnazioni "parallele"
Scritto da Gianluca Perricone
martedì 10 novembre 2009

...«Furti e truffe, ho fatto di tutto per campà»: sono parole, quelle pronunciate da Matilde Zampagnano, 46 anni, romana, che la dicono lunga sul personaggio e sulla sua travagliata quotidianità. L’altro giorno – dopo aver scontato una condanna – è uscita dalla sezione femminile del carcere romano di Rebibbia per tornarsene nella sua abitazione popolare di Tor Bella Monaca: una brutta sorpresa era però in agguato. La signora si è infatti trovata senza casa in quanto l’appartamento, in sua assenza, era stato occupato da una famiglia di nordafricani.
Purtroppo il caso non è l’unico e non sarà nemmeno l’ultimo, soprattutto nel popoloso quartiere romano dove, intorno alle case popolari, è stato messo in piedi un vero e proprio racket gestito ormai saldamente da una nota famiglia di usurai di origine nomade. Il sistema messo in atto è abbastanza semplice e piuttosto noto: basta che l’assegnatario venga ricoverato in ospedale, o sia costretto “da varie vicissitudini” a stare per un pò a Regina Coeli o a Rebibbia, o comunque si allontani per un periodo anche breve dall’abitazione e quest’ultima viene “rassegnata d’ufficio” ad altri, in base ad una graduatoria “parallela” gestita, appunto, dalla famiglia di cui sopra. Si forza la porta dell’appartamento e i nuovi assegnatari prendono di fatto possesso delle quattro mura, arredamento, elettrodomestici e suppellettili inclusi.

Il fenomeno è noto sia all’Ater (l’Azienda Territoriale per l'Edilizia Residenziale pubblica), sia alle forze dell’Ordine, ma mettergli un freno sembra purtroppo inspiegabilmente impossibile. Eppure – almeno osservando gli avvenimenti dall’esterno – siamo convinti che potrebbero essere sufficienti qualche decina di agenti in tenuta anti-sommossa per ripristinare, costi quel che costi, la perduta legalità. Non dovrebbe essere neppure poi così complicato mettere di fronte alle proprie responsabilità chi gestisce, di fatto, questo mercato di rassegnazioni “parallele”.

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Alba Adriatica, arrestati due dei tre aggressori Linciaggio contro i rom

di Redazione

Teramo - La fiaccolata in memoria della seconda vittima di un pestaggio di nomadi si è trasformata in una spedizione punitiva. Per gli oltre 200 residenti di Alba Adriatica l'obiettivo sono diventati due dei tre indagati e le abitazioni dei rispettivi parenti. Respinto il tentativo di linciare all'uscita dalla caserma due dei tre giovani rom accusati dell'omicidio, arrestati in serata con l'accusa di omicidio volontario, la sommossa si è trasferita nella zona nord della cittadina: auto rovesciate e danneggiate, pietre e altri oggetti lanciati contro le abitazioni dei rom.

Due vittime Emanuele Fadani, commerciante di 37 anni, sposato e padre di una bimba di sei anni, è stato ammazzato di botte, sotto il balcone di casa del fratello. Fadani come Antonio De Meo, cameriere di 23 anni: tutti e due morti, tutti e due massacrati da tre nomadi ubriachi. Tre mesi dividono una tragedia, due morti ammazzati in 90 giorni accendono i riflettori sulla convivenza tra cittadini e comunità rom.
L'aggressione Alba Adriatica, due e trenta della scorsa notte, viale Mazzini. Emanuele, titolare con il fratello di una società di distribuzione di videogiochi, entra nel pub 'Black Out' per incontrare Adriano G., suo collaboratore. Insieme devono partire per Imola, dove hanno da prelevare macchinari. Non ci arriverà mai, Emanuele. Esce dal locale nello stesso momento in cui lo fanno anche tre nomadi poco più che ventenni, alticci e rumorosi. C'é una scintilla, scoppia la discussione, l'inseguimento per strada, l'aggressione. Brutale, bestiale, a calci e cazzotti, forse anche con un tirapugni. In tre contro uno. Emanuele cade a terra, il suo collaboratore interviene per evitare il peggio, le prende anche lui. I tre continuano a menare, ma adesso lo fanno contro un fantoccio, un corpo sanguinante e privo di sensi. Scappano, arriva l'ambulanza, altri avventori del pub. Emanuele ha una profonda ferita alla testa, muore sulla strada per l'ospedale di Giulianova. In terra, all'altezza del civico 152 di viale Mazzini, proprio di fronte a casa del fratello del giovane, adesso c'é una pozza di sangue mascherata con la sabbia e il segno del gesso bianco dei carabinieri: qualcuno poggia a terra un mazzo di fiori e il quartiere comincia a rumoreggiare.

Gli arresti Poi parte la caccia ai tre nomadi, subito identificati dai carabinieri dei reparti operativi teramani. Sono due cugini e un amico. All'alba si presentano in caserma, in due, Danilo Levakovich e Sante Spinelli. Negano, scaricando le responsabilità sul terzo, Elvis Levakovich, cugino di Danilo, che preferisce stare alla macchia. Emanuele Fadani e Antonio De Meo, 11 novembre e 9 agosto. C'é un altro filo nero che lega le due vittime e le due tragedia: uno dei tre zingari è lo zio di uno dei tre minorenni che l'estate scorsa ha partecipato all'altra rissa mortale. La convivenza tra comunità rom e cittadini è diventa pesante, fino all'esplosione d'ira della tarda serata.

La rabbia Sul recinto di fronte alla caserma erano comparsi striscioni con su scritto "Adesso basta" e "Il prossimo sarai tu", c'é chi chiede comitati per la sicurezza e una fiaccolata in memoria della vittima si è mossa dal bar di via Roma dove Emanuele aveva molti amici fino al punto dove è stato massacrato. C'é chi chiede perché uno dei tre indagati di oggi, coinvolto oltre un anno fa in un traffico di droga con il sequestro di oltre 40 chili di hashish, fosse stato scarcerato dopo poco tempo dall'arresto, Forza Nuova invita a non strumentalizzare e a partecipare all'iniziativa di Montesilvano di sabato per richiamare a un maggiore controllo delle comunità rom in Abruzzo. Mentre la comunità civile si agita e si divide, il sindaco Giovannelli denuncia l'inqualificabilità e la gravità del fatto "che offende l'intera cittadina albense", l'inchiesta condotta dal sostituto procuratore Roberta D'Avolio si affida all'autopsia per chiarire alcuni dettagli dell'aggressione e dirimere il quadro delle responsabilità.

mercoledì 11 novembre 2009

Vedremo gli striscioni di Greenpeace srotolarsi lungo la Grande Muraglia?



Amicone: vedremo gli striscioni di Greenpeace srotolarsi lungo la Grande Muraglia?
(Luigi Amicone, mercoledì 11 novembre 2009)

Qualche giorno fa uno dei titoli del Corriere della Sera ci destava una certa preoccupazione. “Cinquanta giorni per salvare il clima”. Addirittura. Poi, scorrendo l’articolo, abbiamo capito che non si trattava dell’ennesima burla di un titolista che aveva avuto il problema di come rendere appetibile il milionesimo articolo sul surriscaldamento globale.
No, nel caso in questione, l’ultimatum climatico serviva da amo a un semplice promemoria sulla Conferenza di Copenaghen. Città dove dall’8 al 16 dicembre prossimo, mondo industrializzato e cosiddetti paesi in via di sviluppo tenteranno di concludere insieme un affare: l’accordo che dovrebbe perfezionare (o aggiornare) il famoso “protocollo di Kyoto”.
Probabile che alla scadenza dei famigerati 50 giorni il clima si salverà da solo. Infatti, se anche gli Stati Uniti della green economy (sperando che non sia un’altra bolla) e l’Europa dell’“accordo sul clima” hanno la stessa agenda in materia di ambiente, la medaglia d’oro degli inquinatori del mondo (Cina) e il candidato a quella d’argento (India), pare non abbiano nessuna intenzione di andare in Danimarca per sottoscrivere obbiettivi vincolanti.
Vedremo gli striscioni di Green Peace srotolarsi lungo la Grande Muraglia o sui grattacieli di Mumbay? Ragionevole dubbio. Come la Corte per i diritti umani in Arabia Saudita, così in Cina e India gli ambientalisti sbarcano di rado e malvolentieri. Poco male. Stabilito che il surriscaldamento planetario ci sta desertificando, è bene che per il secondo anno consecutivo gli italiani si godano la neve precocemente in arrivo.

A proposito di dubbi e allarmi. Avete sentito che catastrofe questa maledetta influenza A? Pronto soccorso intasati. Centralini subissati di chiamate. Assalti alle farmacie. Inchini al posto dello scambio della pace in chiesa. Mascherine al posto dello scambio dei baci in casa. Percezione psicologica di una strage. Magistrati (potevano mancare?) al lavoro “per vagliare eventuali responsabilità di medici e sanitari”.
Ma di cosa stiamo parlando mentre assistiamo a uno stillicidio di notizie che ci danno la sensazione di essere sul ciglio di un abisso e registriamo la sensazione diffusa di una peste in agguato (come si fece con la prima vittima napoletana che diedero per morta con 24 ore di anticipo e di cui poi si dimenticò, quando davvero passò a miglior vita, di sottolineare il fatto che la febbre fu solo il colpo finale a un corpo già tramortito da gravi patologie cardiache e renali)?
Stiamo parlando - assicura con dati scientifici alla mano il responsabile e viceministro per la salute pubblica Ferruccio Fazio - “di un virus che è dieci volte meno aggressivo dell'influenza stagionale e che sino ad oggi ha fatto 11 morti (20 al 7 novembre, ndr) su 400 mila casi stimati, mentre lo scorso anno la stagionale ha fatto 8 mila morti su 4 milioni di casi. Dunque, l'incidenza dei casi di letalità dell'influenza A è dello 0,02 x mille, contro lo 0,2 x mille della stagionale”.
D’accordo, tutto può succedere. Non è per mettere le mani avanti, ma si sa, almeno così dicono gli amanti dei complotti, che magari è tutta una bufala messa in giro per svuotare i magazzini pieni di vaccini e per dare una mano alle multinazionali della farmaceutica. O invece, come dicono gli esperti, pur essendo un virus molto più debole di quelli ricorrenti nelle influenze stagionali, l’H1N1 è una cosa seria perché appartiene a un ceppo che non si vedeva in circolazione dai tempi della spagnola. Dunque, potrebbe subire mutazioni e incrociarsi addirittura con l’aviaria. Addirittura. D’accordo, i più deboli corrano a vaccinarsi. E, in caso di contagio, anche i più forti si riguardino. Se ne stiano al calduccio e non prendano antibiotici. L’influenza se ne andrà così come è arrivata.

Resta però questa inclinazione a pensare sempre per il peggio. Questa disposizione all’allarme metodico. Questa tendenziale e irrazionale sfiducia nei dati di fatto, nelle autorità pubbliche e, in definitiva, nel nostro stesso buon senso. Certo, tutti abbiamo bisogno di essere guardati, ascoltati, rassicurati. Ma non è strano che per quanto oggi si guardi, si ascolti e si rassicurino le persone, c’è nell’aria, nell’aria dei media e delle folle solitarie, quest’ansia, questo negativo, questo irrazionale, questa corsa a dipingere tutto a tinte oscure anche quando i fatti indicano il contrario?
Ad esempio, avete mai fatto caso che l’aggettivo statisticamente più ricorrente davanti a una tragedia di cronaca, a una morte precoce, a un delitto, a una vittima del sabato sera… è l’aggettivo “assurdo”? E, altro esempio, a che razza di fragilità rinvia la persona e, soprattutto, la Corte che si sono sentite inquietate e offese “dallo sguardo” di un crocifisso? Intanto registriamo la prima vittima per un rito “purificatorio” voodoo. In Italia, non a Haiti.

martedì 10 novembre 2009

Fort Hood. Conclusioni (non) affrettate


Fort Hood. Conclusioni (non) affrettate
(da TheRightNation)

Nell'offrire le sue glaciali condoglianze alle famiglie delle vittime del massacro di Fort Hood, il presidente Obama si è affannato ad invitare gli americani a non «saltare subito a conclusioni affrettate» identificando Nidal Malik Hasan come un terrorista islamico. Anche se italiani (almeno di passaporto), gli abbiamo voluto dare ascolto, astenendoci da qualsiasi commento “di pancia” in merito. Ormai, però, sono passati quattro giorni. E la nostra pancia non vuole smetterla di brontolare. Anche perché continuano ad accumularsi gli indizi che puntano verso il movente “islamista” della strage, nel totale disinteresse dei mainstream media americani e italiani.

A squarciare il velo di omertà che avvolge il sistema dei media, finora ci ha pensato soprattutto il quotidiano britannico Daily Telegraph. Nell'edizione di sabato, Philip Sherwell e Alex Spillius hanno raccontato come Hasan, nel 2001, frequentasse la «controversa moschea Dar al-Hijrah, di Great Falls (Virginia) insieme a due dei terroristi dell'11 settembre». Nella stessa moschea, nel maggio 2001, si sono svolti i funerali della madre di Hasan. «L'imam di quei giorni - scrivono Sherwell e Spillius - era Anwar al-Awlaki, un americano di origine yemenita a cui è stato impedito di partecipare a un incontro pubblico a Londra, perché accusato di aver sostenuto gli attacchi terroristici contro le truppe britanniche in Iraq e in Afghanistan». Il Telegraph ha anche raccolto la testimonianza di Charles Allen, ex sottosegretario all'intelligence del dipartimento per la Homeland Security, che descrive al-Awlaki (che ora vive in Yemen), come un «supporter di al-Qaeda, leader spirituale di tre dei dirottatori dell'11 settembre, che indottrinava i musulmani americani con prediche online che incoraggiavano gli attacchi terroristici contro le strutture militari statunitensi».

Hasan, che alcuni dei sopravvissuti dichiarano aver sentito urlare «Allah Akhbar» mentre sparava alle sue vittime con due pistole semi-automatiche, prima della strage ha distribuito copie del Corano ai vicini di casa. E chi lo conosce bene dice di avergli sentito esprimere l'opinione che «la guerra al terrorismo è in realtà una guerra contro l'Islam», il tutto condito da «sentimenti anti-semiti» e la difesa d'ufficio dei suicide bombers. «Non sono sorpreso dalla notizia della strage - dice al Telegraph il dottor Val Finnell, che insieme ad Hasan aveva seguito un corso nel 2008 - era una bomba ad orologeria pronta ad esplodere». Secondo i parenti, dopo la morte dei genitori (nel 1998 e nel 2001), Hasan era diventato sempre più devoto, affogando la propria malinconia nella lettura ossessiva del Corano. «Non aveva una fidanzata, non andava a ballare, non frequentava locali», dicono. Sembra che, quando viveva nei sobborghi washingtoniani di Silver Spring, Hasan si fosse iscritto ad un servizio di “ricerca dell'anima gemella” per musulmani, specificando che cercava una donna che indossasse il velo e che pregasse almeno cinque volte al giorno. Una ricerca rivelatasi inutile.

Nell'edizione di domenica del Daily Telegraph, il corrispondente degli Stati Uniti, Nick Allen, scava ancora di più in profondità, svelando che Hasan - durante un convegno a cui partecipava insieme ad altri dottori al Walter Reed Army Medical Centre, dove lavorava fino a sei mesi fa, prima di essere trasferito a Fort Hood - aveva dichiarato che «gli infedeli dovrebbero essere decapitati e costretti a bere olio bollente» (non si sa se prima o dopo la decapitazione). Vi sembra il ritratto di un uomo sotto stress o quello di un fondamentalista islamico? Molti suoi colleghi, scrive Allen, raccontano che Hasan diceva di sentirsi «prima musulmano e poi americano”. E uno dei poliziotti che ha tentato di impedirgli la strage spiega che, durante la sparatoria, Hasan gli è sembrato «molto calmo». Per il senatore democratico Joe Lieberman, che presiede il comitato per la Homeland Security, questi sono «forti segnali di avvertimento» che avrebbero dovuto mettere l'esercito statunitense sull'avviso e identificare Hasan come «un fondamentalista islamico». «In casi come questi l'esercito dovrebbe seguire una linea di “tolleranza zero” - spiega il senatore - e procedere ad una espulsione immediata». Ma i colleghi di Hasan si difendono, affermando di non aver voluto presentare un reclamo ufficiale per paura di essere etichettati come “razzisti”.

Ecco le conseguenze della dittatura contemporanea del politically correct: ignorare l'evidenza, per paura di essere tacciati di razzismo o anti-islamismo dai campioni del multiculturalismo. E continuare ad ignorare la realtà, sistematicamente e metodicamente, perfino di fronte al sangue di tredici innocenti, vittime del peggiore attacco terroristico subito dagli Stati Uniti d'America dopo l'11 settembre 2001. Welcome to Obamaland.

Calabria, in corsia con la pistola e per le visite precedenza al boss


Calabria, in corsia con la pistola e per le visite precedenza al boss

REGGIO CALABRIA - "Da noi arrivano i poveri, gli immigrati, le urgenze, gli amici che ancora si fidano. E i vecchi. Gli altri scappano". I chirurghi dell'ospedale di Polistena sono rassegnati, si definiscono "eroi" a lavorare in quel nosocomio che qui, nella Piana di Gioia Tauro contesa dalle 'ndrine Piromalli, Alvaro e Pesce-Bellocco, chiamano Forte Apache.
"Se qualche intervento non riesce - dicono i chirurghi - è una fortuna se ti arriva una querela. Quando va male, ti sparano". La sala operatoria è nuovissima, inaugurata appena tre anni fa. Ma il condizionatore è già fuori uso. Forte Apache Hospital ha i muri scrostati, nel parcheggio sono ammucchiate attrezzature sanitarie dismesse, i cartelli che indicano il nuovo pronto soccorso li hanno collocati gli infermieri che pure hanno acquistato, di tasca loro, un condizionatore.
All'interno, ascensori rotti e cantieri aperti. Ma è la morgue a offrire uno spettacolo cui non si pensava più di assistere in un ospedale del Duemila: un frigo fuori uso, un lenzuolo abbandonato con le tracce dell'ultimo morto, un tavolo di metallo sporco di sangue. Un cartello della direzione sanitaria s'impegna (ma non dice come), a rendere quel locale "il più dignitoso possibile".

Al pronto soccorso, 22mila accessi e 90mila prestazioni in 8 mesi, non si visita il paziente a seconda della sua gravità, come avviene nel resto d'Italia. "Qui non c'è il triage - spiega un medico - perché sennò ti arriva una "pistolata". Passa chi arriva prima". L'archivio storico della precedente amministrazione (la Usl 25), che contiene dati riservati e coperti da privacy, è abbandonato in un magazzino impolverato, chiunque lo può consultare.
In caso di emergenza, le ambulanze impiegano un'ora e mezza sull'autostrada A3 in eterna costruzione per raggiungere l'ospedale di riferimento più vicino, quello di Reggio Calabria. Nel frattempo, si può morire di attesa, come successo due anni fa, il 25 ottobre del 2007, a Flavio Scutellà, ragazzino caduto da una giostra e "ucciso" da chi ha impiegato 6 ore e mezza per trasferirlo dall'ospedale di Polistena a quello più attrezzato di Reggio Calabria, a soli 40 chilometri di distanza.
Sull'onda emotiva scatenata da quella morte ingiusta, il presidente della Regione Agazio Loiero promise entro 24 mesi la costruzione di un nuovo ospedale nella Piana, con decreto di Protezione Civile, e appalti controllati dalla Prefettura per evitare infiltrazioni mafiose. Due anni dopo, tuttavia, quell'ospedale per cui sono stati stanziati già 60 milioni di euro non c'è neppure sulla carta: la Regione lo vorrebbe (ma ufficiosamente), a Palmi. Venti sindaci su 29 hanno scelto invece un altro sito, a Cannavà, contrada Rizziconi.

Mentre sindaci, Provincia, e Regione continuano a discutere per farne uno nuovo, la Piana di Gioia Tauro, deve fare i conti con i suoi ospedali farsa. Oltre a quello rimasto una promessa non mantenuta, ce ne sono, infatti, altri sette per un totale di soli 120 posti letto, a fronte degli 800 che le statistiche ministeriali prevedono per una popolazione di 200 mila persone.

Quello di Polistena, unico funzionante, è preso d'assalto. Ce n'è uno, ma chiuso da anni, a Cittanova, un altro a Taurianova tenuto in piedi da una decina di posti letto, Palmi ha appena due reparti (con la camera iperbarica in funzione d'estate), a Gioia Tauro 150 dipendenti per 10 letti. A Oppido Mamertina c'è un ospedale di montagna che i comuni rivendicano, ma che la Regione vuole chiudere.
Ma l'emblema della Sanità impazzita della Piana è a Rosarno, dove si trova l'ospedale fantasma: in costruzione da 43 anni, non è mai stato aperto: avrebbe ospitato 100 posti letto. Di proprietà oggi della Asp 5 di Reggio Calabria, è una cattedrale nel deserto abbandonata a se stessa, mai oggetto di un'inchiesta giudiziaria o di un'indagine della Corte dei Conti.
Porte e infissi divelti, chiazze di rovi che aggrediscono qua e là il giallo ocra ormai sbiadito dei muri, il piazzale antistante l'ingresso interamente ricoperto di erbacce e sterpaglie e lasciato al libero pascolo di pecore e capre che dicono essere di famiglie della 'ndrangheta. All'interno, devastato dal degrado, hanno rubato tutto, perfino gli ascensori.

Lo scandalo sanitario della Piana di Gioia Tauro avviene sullo sfondo di una Sanità calabrese che detiene vari record negativi. Secondo l'ultimo studio del Censis presentato qualche giorno fa alla Commissione Antimafia dedicato al condizionamento della criminalità organizzata sull'economia e le istituzioni del Mezzogiorno, la Calabria è la Regione che ha il maggior numero di medici per 10 mila abitanti: 21,58 contro 17,96 della media nazionale.
Le postazioni di guardia medica (335 per 1340 medici, una ogni 1500 persone), sono il triplo del Piemonte (una postazione di guardia medica ogni 10 mila persone), che ha il doppio della popolazione. Stesso discorso per quanto riguarda il personale negli ospedali pubblici: 338,75 addetti ogni cento posti letto a fronte dei 306 della media nazionale (71 medici ogni cento posti letto contro 57,24 nel resto d'Italia).


Nonostante questo eccesso di personale, i calabresi, però, fuggono in massa dal loro servizio sanitario regionale cercando cure in altre regioni soprattutto del Nord: la Calabria è infatti seconda, dopo la Campania, nella classifica della "migrazione sanitaria".

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Solita nauseante storia. La sanità al sud come postificio per cugini, zii, nipoti e poi tutti al nord a farsi curare, tanto paga pantalone. Ma UNA VOLTA, dico UNA VOLTA, che il sud desse segno di ribellarsi a questo schifo. UNA VOLTA che la gente provasse a cambiare le cose. Invece no: soliti pianti e urla quando muore qualcuno e poi avanti così; provate a rendere più efficiente la situazione dicendo che bisogna tagliare sui costi e sui dipendenti!
Al sud si vuole la botte piena (tutti al "lavoro" nei posti pubblici) e la moglie ubriaca (serivizi buoni). Una cosa, purtroppo esclude l'altra. Un federalismo serio impedirebbe la fuga verso il nord, dove NOI paghiamo poi il conto di questo schifo di situazione (e dove NOI già ci sacrifichiamo evitando ogni spreco). Sarebbe di grande giustizia far sì che uno si cura dove vive: in breve ne vedremmo delle belle! Ma chiaramente in un questa itaglia i furbi vengono premiati e chi si fa' il mazzo la prende in quel posto.
CHE SCHIFO! NON SE NE PUO' PIU'!!

PS. schifo trasversale o bipartisan, che dir si voglia: vedere la foto che ho messo.

Giustizia: Presidente, è tutto inutile!


Presidente, è tutto inutile
Scritto da Barbara Di Salvo
lunedì 09 novembre 2009

Sono passati 20 anni dalla caduta del muro e 22 dal referendum sulla responsabilità diretta dei magistrati e siamo ancora qui a discutere di giudici comunisti?
Presidente, quando capirà che sta solo perdendo tempo e sprecando energie? State producendo leggi a raffica solo per vedervele stravolgere o disapplicare in tribunale. Vi dannate per arrestare mafiosi e violentatori per assistere impotenti alla loro scarcerazione. Cercate di rilanciare un’economia resa asfittica dall’impossibilità di ottenere il pagamento giudiziale di un credito.

Non serve a niente. Fatica inutile.

Possibile che non si renda conto che l’Italia intera ha bisogno di una rivoluzione della giustizia, non si accontenta di riformine che lasciano il tempo che trovano?
Leggo le ipotesi che avete in cantiere e mi cascano letteralmente le braccia.
Forse Alfano le aule di un tribunale le ha frequentate poco, più impegnato a far politica che processi, ma Ghedini e la Bongiorno una certa esperienza ce l’hanno di sicuro.
Magari non si rendono conto che i processi cui sono abituati sono straordinari, viaggiano su corsie preferenziali, non passano per le forche caudine delle cancellerie, non si inabissano nei rinvii ultrannuali, nei cambiamenti continui di giudici, vengono affidate ai magistrati più preparati.
Sarà per questo forse che si baloccano con proposte all’acqua di rose, come la separazione delle carriere. Lo so, lei ci tiene tanto ed ha perfettamente ragione. È uno schifo che non esiste in nessun altro Paese al mondo, ma è davvero convinto che basterebbe?
Oltre alle carriere pensano di separare anche gli uffici o li lasciaranno tutti nello stesso palazzo di (in)giustizia? Perché finché continueranno a bersi cappuccini insieme e passarsi le carte da una scrivania all’altra, mi chiedo davvero che senso abbia dividerli solo sulla carta.

Le modifiche costituzionali di cui si sente parlare possono anche essere davvero utili, solo se sono radicali, dall’eliminazione dell’obbligatorietà dell’azione penale alla riforma completa del consiglio superiore della magistratura e della corte costituzionale (hanno perso il diritto alle maiuscole ormai), ma ci vuole troppo tempo e bisogna agire prima nei limiti in cui la Costituzione già lo permette.
Non possiamo aspettare ancora e lasciare che portino a compimento l’ennesimo colpo di Stato.
Perché vede, Lei ha tutta la mia solidarietà e quella di buona parte degli italiani. Ci rendiamo conto che La vogliono far fuori a colpi di sentenze già scritte, ma se vuole davvero l’appoggio incondizionato di tutti gli italiani è arrivato il momento di darci qualcosa in cambio.
Perché non esistono solo i suoi problemi giudiziari, ma anche i nostri, quelli di comuni cittadini che, anziché essere perseguitati dai giudici, non vengono neppure degnati di considerazione o, peggio, ottengono sentenze che meritano vendetta, invece che appelli.
La realtà è completamente diversa da quella che vive Lei, ma non certo meno disastrosa.
La realtà è fatta di poveracci che chiedono di essere pagati, soprattutto in momenti di crisi come questi, e devono aspettare anni per perdersi dietro ad una costosa e lentissima macchina burocratica che fa la gioia solo dei debitori impuniti.
La realtà sono processi che subiscono continui rinvii e passano come nulla fosse anche nelle mani di 5 giudici per un solo grado di giudizio.
La realtà sono giudici che non tengono più di due udienze a settimana, spesso non si leggono le carte e non sanno neppure di cosa gli avvocati discutano, sono capaci di tenersi per mesi un fascicolo a casa prima di sciogliere una stupida riserva, che il più delle volte comporta un ulteriore rinvio di un altro anno.
La realtà sono magistrati che si dimenticano di chiedere un rinvio a giudizio e fanno scarcerare assassini e mafiosi che le forze dell’ordine hanno faticosamente arrestato, rischiando la vita.
La realtà sono ladri, rapinatori, truffatori, spacciatori, spesso clandestini, arrestati in flagranza e scarcerati dopo poche ore.
La realtà sono giudici che “mettono in prova” degli stupratori adolescenti, forse per “provare” se la prossima volta che violentano in gruppo una ragazzina riescono di nuovo a farla franca.
La realtà è un magistrato di Pescara che mette agli arresti domiciliari un molestatore riconosciuto violento e pericoloso, che esce subito per massacrare l’ex moglie.
Ma la realtà peggiore sono le sentenze che sfornano, che in molti, troppi, casi sono scritte coi piedi da giudici che hanno dato una lettura superficiale degli atti e dei documenti, sempre che li abbiano letti, che confezionano un penoso copia-incolla con casi che non c’entrano nulla, e, soprattutto, che non leggono un codice da tempo immemore.
Non serve a niente continuare riformare i processi se prima non si riformano i giudici.

Vuole davvero il sostegno popolare? Vuole davvero essere il miglior Presidente del governo italiano? Mi ascolti e dia una svolta alla Sua politica.
Lasci perdere i sondaggi sul Suo gradimento, che ormai sono stucchevoli e faccia davvero qualcosa per cui Le saremo eternamente grati e che farebbe tanto comodo anche a Lei.
Metta sul piatto una Riforma della Giustizia maiuscola.

Parta dalla loro responsabilità diretta per arrivare alla meritocrazia in carriera. Li colpisca al portafoglio, perché in fondo, proprio se sono comunisti, è l’unica cosa che li può smuovere davvero. I magistrati andranno ovviamente su tutte le furie, ma almeno avrà buon gioco nel dimostrare che lo fanno solo per difendere la vil pecunia.
Ci infili pure la separazione delle carriere se vuole o quello che i Suoi consiglieri Le propongono, ma se gli italiani non vedranno che sta lavorando anche per loro, la solidarietà dei Suoi sostenitori non può bastarLe per sconfiggere i giudici.
Mi spiace ammetterlo, ma sono troppo forti per Lei e la Sua maggioranza di elettori e di eletti non si scalderebbe abbastanza per sostenerLa se non otterrà qualcosa in cambio. Perché davvero l’opinione pubblica sia con Lei nella madre di tutte le battaglie, occorre il sostegno dell’Italia intera.

Ovvio che il partito dei giudici capitanato dal trattorista forcaiolo griderà alla dittatura, ma l’Italia che ragiona sarà tutta con Lei, o quanto meno non Le sarà contro. E voglio vedere con che faccia l’opposizione, quella più o meno normale, potrà opporsi a qualcosa che i suoi stessi elettori pretendono da decenni.
Voglio vedere come i media potranno darLe contro senza argomenti contrari validi.
Occhio, però. Una rivoluzione seria non deve lasciare appigli e scappatoie a quelle vecchie volpi.
Non basta dire responsabilità diretta dei giudici se poi li si lascia giudicare dai colleghi.

Ogni cittadino deve poter chiedere il risarcimento dei danni ad un magistrato incapace, sapendo che la sua richiesta sarà valutata da un soggetto veramente imparziale, senza solidarietà di casta.

Lo so che la Costituzione non permette la creazione di tribunali speciali, ma ci sono due alternative costituzionalmente fattibili.
La prima è l’arbitrato, necessariamente irrituale, altrimenti il lodo viene impugnato in corte d’appello e siamo punto a capo. Collegio arbitrale composto da 3 arbitri, di cui uno, quello nominato dal giudice, può anche essere un magistrato, ma gli altri due non possono esserlo in nessun caso. Eventualmente si può prevedere che siano almeno avvocati o professori universitari di diritto.

La seconda alternativa ce la dà lo stesso art. 102 Cost. «Possono soltanto istituirsi presso gli organi giudiziari ordinari sezioni specializzate per determinate materie, anche con la partecipazione di cittadini idonei estranei alla magistratura». Meglio di così: sezione specializzata istituita presso la sede più vicina a quella del magistrato chiamato a rispondere dei suoi errori, composta, se occorre, da un magistrato (ché altrimenti non sarebbe un tribunale) e due membri estranei alla casta, votazione a maggioranza e titolo immediatamente esecutivo. Ovviamente stessa composizione in corte d’appello e cassazione, altrimenti è tutto inutile.

Attenzione, però! La responsabilità deve essere indipendente dal passaggio in giudicato della sentenza che l’ha originata e deve valere in ogni grado fino in cassazione, perché altrimenti, lasciando ai giudici delle corti superiori il potere di impedire il risarcimento dei danni confermando sentenze abnormi, l’impunità scacciata dal portone rientra dalla finestra.

Che sia la volta buona che finalmente studiano un po’ le leggi e le carte prima di scrivere certi sfondoni? Da che mondo è mondo l’irresponsabilità porta sciatteria e abusi. Di che avrebbero seriamente da lamentarsi? Quelli bravi, e per fortuna sono tanti, non avranno nulla da temere. Gli incompetenti ed i giudici non indipendenti, tipo quelli che usano la giustizia a scopi politici contro di Lei, magari cominceranno a prestare più attenzione al loro lavoro.

Ma crede davvero che il simpatico Mesiano avrebbe emesso quell’aborto di sentenza in favore di De Benedetti, se avesse pensato di poter essere chiamato dalla Fininvest a rispondere direttamente del suo operato? O pensa che i magistrati di Milano continuerebbero ad assillarla, senza lo straccio di una prova, se fossero chiamati a rispondere direttamente del loro operato. Ovvio, infatti, che il risarcimento andrebbe a coprire il danno esistenziale e morale causato da una persecuzione giudiziaria priva di riscontri oggettivi.

Ma ancora non basta. Per portare davvero la meritocrazia nella magistratura, non basta riformare il CSM o sciogliere per legge un partito eversivo come Magistratura Democratica (malgrado sarebbe cosa buona e giusta, oltre che permessa dalla Costituzione tanto invocata solo quando conviene a lor signori).
È necessario costruire degli automatismi, oggettivi ed inattaccabili dalle logiche correntizie per rivoluzionare promozioni e retrocessioni, aumenti e diminuzioni di stipendio, trasferimenti, fino ai provvedimenti disciplinari, togliendoli così dalle grinfie dell’ANM, altro organo incostituzionale che sarebbe bene eliminare, ma tant’è.

Siamo nell’era dei computer, santa pazienza. Usiamoli come si deve. Un bel database, di quelli che un bravo programmatore Le può preparare in un batter d’occhio. Una bella scheda per ogni magistrato, dove vengono inserite tutte le cause da lui seguite (spesso abbandonate). Di ogni procedimento si inserisce vita, morte, miracoli e peccati, tempi di durata, udienze fatte, rinvii, attività esercitata in udienza, tempi di scioglimento delle riserve, ordinanze, sentenze, impugnazioni, esito dell’appello o della cassazione, e così via.

Se si tratta di un pm o di un gip, si inseriranno anche eventuali provvedimenti cautelari, tempi di chiusura delle indagini, rinvii a giudizio, archiviazioni, soldi spesi in intercettazioni e amenità investigative varie, il tutto ovviamente correlato all’esito del successivo giudizio, per capire se è stato tutto inutile o tanta solerzia ha avuto buon esito.

Dopo questa bella raccolta di dati, si fissano degli standard qualitativi e quantitativi, tipo un tempo limite per emissione provvedimenti, un minimo di udienze da tenere, un tot di sentenze da emettere e richieste di rinvio a giudizio. Si possono quindi incrociare i dati del singolo magistrato con gli esiti dei gradi successivi di giudizio e valutare quante sentenze vengono impugnate (se son fatte bene, le parti non dovrebbero neppure tentarci), confermate e quante invece stravolte.

Se il bravo magistrato ha rispettato o migliorato gli standard, se non ha perseguitato inutilmente degli innocenti, se non ha buttato soldi in indagini inutili lasciandosi sfuggire i veri colpevoli, se le sue sentenze passano intonse in giudicato, ecco che merita tutti gli onori, aumenti di stipendio adeguati e il passaggio più rapido in Cassazione (che allora sì meriterebbe la maiuscola).
Se, invece, il nostro incapace lavativo ci ha messo secoli per non azzeccarne una, oltre all’ignominia, merita un declassamento, di sicuro non gli si fa far carriera e, se del caso, provvedimenti disciplinari ed eventualmente l’allontanamento dalla magistratura, che dovrebbe esser cosa certo più seria di questo incompetente.

Di nuovo, di che avrebbero da lamentarsi i nostri simpatici giudici? La loro indipendenza resta tutelata. Anzi, così lo sarebbe ancor di più, perché anziché far carriera sulla base delle correnti politiche dell’ANM a cui appartengono verrebbero valutati sulla base dei loro meriti o demeriti effettivi.
E non solo, sono sicura che di fronte ad una valutazione di questo tipo, la macchina giudiziaria subirebbe un’accelerata impressionante. I giudici sono egoisti tanto quanto noi, solo spronandoli a lavorare meglio, con i corretti incentivi e, soprattutto, con le giuste punizioni potrebbero farci tornare nel mondo civilizzato della Giustizia con la maiuscola. Oggi come oggi chi glielo fa fare? È normale che siano svogliati e lavativi.

Ecco, caro Presidente, io che ci lavoro quotidianamente resto convinta che i tanti bravi giudici, magari seppelliti in sedi disagiate perché non sufficientemente politicizzati, avrebbero solo da guadagnare da una riforma che li valorizzasse davvero.
Allo stesso tempo quale modo migliore per liberarsi dei giudici comunisti che ancora si aggirano sotto le macerie tentando di ricostruire quel muro caduto 20 anni fa?

Mi dia retta, allarghi l’orizzonte e non si limiti a tamponamenti perché la diga così com’è non può reggere. Ha bisogno di una ristrutturazione completa, perché altrimenti si rischia solo la catastrofe.

Con profonda stima.
www.barbaradi.splinder.com

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Riflessioni assolutamente condivisibili. Raramente ho letto proposte di questa lucidità e competenza. Un grazie enorme a Barbara per il contributo.